Per sostenibilità, in generale, s’intende la possibilità di un sistema di funzionare correttamente per tempi lunghi senza dare origine a fenomeni di logorìo che lo porterebbero all’instabilità e alla sua cessazione. Sostanzialmente, parlando di un sistema sostenibile, parliamo di un “sistema stabile” in contrapposizione ad un “sistema instabile”.
Naturalmente non si deve confondere “stabilità” con “immutabilità”. Il sistema stabile, muta nel tempo le sue caratteristiche in relazione alle sue interazioni con il mondo esterno, senza per questo pregiudicare gli aspetti essenziali delle sue funzionalità e dei suoi scopi.
Nel nostro caso il sistema è l’agricoltura, vale a dire la produzione di vegetali: parliamo dunque di “sostenibilità agraria” come di un sistema agricolo stabile.
Quando l’agricoltura è stata inventata, il sistema non metteva presumibilmente in luce grosse controindicazioni, ma con l’aumentare della popolazione terrestre sono emerse alcune problematiche relative alla pratica agricola in uso che in precedenza non erano state rilevate.
Il sistema agrario è diventato improvvisamente instabile agli occhi di tutti, e pare destinato quindi a collassare poiché il suo scopo principale, quello di dare nutrimento alla popolazione evolvendosi in equilibrio con l’ambiente circostante, sta venendo a mancare.
Nella “Charta della Terra” - ECOSUMMIT 1992 di Rio – a proposito delle sviluppo sostenibile si legge: “lo sfruttamento delle risorse deve avvenire nel rispetto dell’ambiente e delle biodiversità, per garantire il presente senza, però, compromettere il futuro”.
Vale a dire che bisogna impegnarsi per perseguire delle modalità agricole che dimostrino non essere distruttive verso se stesse e verso l’ambiente circostante in relazione a tempi lunghissimi.
Le cose che non vanno nell’attuale sistema agricolo riguardano: il degrado fisico e chimico del suolo causati dalle tecniche utilizzate; l’energia richiesta per il suo sostentamento, i danni causati dall’abuso di pesticidi, l’omogeneizzazione delle specie vegetali (distruzione delle biodiversità), forti interessi economici di privati che perseguono esclusivamente il guadagno a breve termine.
L’attuale sistema di agricoltura intensiva prevede ampi appezzamenti di terreno deputati esclusivamente alla coltura di una specie vegetale (monocultura – coltura intensiva). Ciclicamente avviene la raccolta che porta a denudamento il terreno per un periodo di tempo che va dalla raccolta alla successiva semina. Il suolo, così esposto, subisce in modo estremamente più veloce gli effetti dell’erosione dovuti al vento che può facilmente asportare le particelle di terreno superficiali, alla pioggia ed al ruscellamento che ne consegue che asporta terra sotto forma di fango contribuendo altresì a formare canalizzazioni ed ulteriori erosioni. Avviene anche il fenomeno della lisciviazione per cui sostanze nutritive solubili in acqua vengono allontanate dal terreno.
Queste azioni, oltre a determinare un peggioramento delle qualità meccaniche ed idrofile del suolo, favorisce quindi l’allontanamento dei nutrienti minerali. Tale carenza, se si vuole mantenere immutata la produzione, dovrà essere colmata con l’aggiunta di additivi chimici e fertilizzanti. Inoltre si dovrà provvedere ad una maggiore irrigazione per sostituire l’acqua che defluisce in modo eccessivo, favorendo la salificazione del terreno.
Per quanto riguarda l’ambiente circostante va sottolineata la percolazione degli additivi dovuti alla fertilizzazione nelle falde acquifere sottostanti e la loro diffusione in ruscelli, fiumi ecc.
L’agricoltura intensiva, per essere mantenuta in efficienza, richiede un grande apporto di energia in ogni stadio del ciclo di produzione ed è stato calcolato che il rapporto fra input energetico ed output di produzione è estremamente peggiorato nel tempo: in particolare servono macchinari importanti in ogni fase della produzione, ma anche nella post-produzione a livello industriale, devono essere acquistate sementi preparate da aziende su scala industriale, ma anche fertilizzanti, erbicidi e pesticidi in quantità sempre maggiori, bisogna assumere personale stagionale a seconda dei vari cicli di produzione, inoltre l’avvento di nuovi predatori o parassiti o malattie richiede talvolta l’intervento di periti e comunque necessitano di ulteriori spese per affrontare le emergenze.
Quest’ultima voce mette immediatamente in evidenza un altro problema: l’uso dei pesticidi e la distruzione delle biodiversità. I pesticidi vengono usati per allontanare od eliminare la fauna infestante, parassiti e predatori. Ma tutti questi organismi sviluppano rapidamente resistenza nei confronti di tali ritrovati chimici a tal punto che si rendono necessarie nuove formulazioni (quindi nuovi costi riguardanti ricerca, sperimentazione ecc.) e maggiori quantità d’impiego. Le conseguenze più evidenti sono l’inquinamento causato nell’ambiente, i residui che finiscono nel ciclo alimentare con conseguenze sulla salute dei consumatori, oltre che su quella dei lavoratori durante l’attività agricola, aumento dei costi.
Contemporaneamente, allo scopo di adeguare le specie vegetali alla lavorazione meccanica o per adattarle ad ambienti non nativi o per renderle più forti e resistenti, è stata messa in atto una selezione delle sementi (anche con interventi genetici dove permesso dalla legge), in modo tale da uniformare il “prodotto vegetale” ed adattarlo ad una interpretazione prettamente industriale. Si ottiene una popolazione di piante che crescono alla stessa velocità, che raggiungano le stesse dimensioni, che possiedono lo stesso sapore, lo stesso colore, la stessa quantità di principi attivi ecc.
Molte varietà vanno così perdute, e la specie s’indebolisce. Ad un nuovo attacco proveniente da un nuovo organismo o da un evento meteorologico, reagiranno tutte allo stesso modo. Una intera coltivazione potrà andare perduta. La specie è destinata ad un continuo indebolimento nonostante i continui artifici necessari per sostenerla. Vanno così perdute quelle sementi che si erano perfettamente ambientate in un certo habitat senza essere sostenute in modo parzialmente artificioso, quindi, tra le altre cose, con molte meno spese. Alla fine osserviamo come l’ottenimento di maggiori quantità di prodotto attraverso interventi artificiosi, produce un peggioramento del rapporto costo/produzione, dove per produzione intendiamo il prodotto in tutti i suoi aspetti, anche qualitativi, per quanto riguarda contadini e consumatori, ma in un enorme guadagno nel breve termine per pochi imprenditori.
In effetti chi sostiene maggiormente questo tipo di agricoltura sono proprio i governi, che, alla faccia di ogni democrazia, sono sempre di natura oligarchica, o, se vogliamo, lobbistica. Sono quindi gli imprenditori stessi che, influendo sulle decisioni dei governi, permettono la perpetuazione di tale sistema insostenibile.
Oggi esistono dei sistemi agricoli alternativi, che altro non sono, paradossalmente, che i sistemi agricoli tradizionali con l’aggiunta di alcune innovazioni… Essi si prefiggono la realizzazione di un’agricoltura sostenibile.
In generale possono essere riassunti in “agricoltura biologica” e “agricoltura biodinamica”.
I principi essenziali che descrivono queste pratiche sono sia di ordine tecnico che di ordine etico, ma più realisticamente una fusione di entrambi. L’aspetto etico è determinato da un approccio verso l’ambiente e verso i propri simili dettato dal rispetto verso la dignità di ogni essere vivente e verso la natura in ogni sua forma e descrive quindi una visione della vita come non più legata al mero affaccendarsi per sopravvivere ed imporsi, ma ad un’idea di evoluzione superiore talvolta legata a principi di natura filosofica o spirituale. Da questo punto di vista è più “radicale” l’agricoltura biodinamica che mette l’aspetto etico, così come sintetizzato, in primissimo piano, mentre l’agricoltura biologica appare più centrata sull’aspetto tecnico. Quest’ultima gode infatti di riconoscimento a livello legislativo e deve rispettare certi parametri per mezzo di analisi riconosciute ufficialmente, mentre l’agricoltura biodinamica, pur essendo legislativamente riconosciuta, è semplicemente tenuta a rispettare le disposizioni riguardanti l’agricoltura biologica e non vengono tenuti in considerazione, tecnicamente, gli aspetti meno scientifici e così profondamente costituenti la sua filosofia di base.
L’agricoltura biodinamica, d’altra parte, fonda parte importante della sua tecnologia su principi di natura più “universale”, come il rapporto tra la terra e l’energia cosmica, i concetti di armonia ed euritmia ed una forte componente spirituale (ma non solo su questi aspetti naturalmente), restituendo, nella pratica, una produzione altamente sostenibile e qualitativa.
Per difendere il terreno dall’erosione queste pratiche prevedono l’utilizzo di “colture intercalari” o “colture consociate” . Esse sono colture che vengono effettuate sul terreno rimasto libero tra la fine e l’inizio (raccolta e nuova semina) di un ciclo produttivo della coltura principale. In questo modo il terreno resta “nudo” per molto meno tempo ed i fenomeni di erosione sono così efficacemente frenati poiché il terreno superficiale è protetto dall’azione del vento dalla pianta stessa, mentre le radici trattengono la terra riducendo il fenomeno del ruscellamento. Le colture consociate consistono in due o più colture presenti contemporaneamente sul terreno. Anche in questo caso otteniamo una copertura del terreno continua, senza punti morti. Lo stesso obiettivo può essere ottenuto con la tecnica del “sovescio” che prevede una coltura tipo quella intercalare. Un po’ prima della semina della coltura principale, le piante (leguminose, graminacee e crocifere) vengono interrate.
Oltre alla copertura queste tecniche garantiscono il mantenimento della “vitalità” della terra: la micro e la macrofauna continuano ad abitare il terreno in modo dinamico e gli elementi nutritivi vengono trattenuti dalle piante e non concessi alla lisciviazione e quindi restituiti al terreno ed a disposizione della nuova coltura. In particolare le leguminose sono in grado di stabilire rapporti di simbiosi con microrganismi azoto-fissatori.
Inoltre queste colture secondarie possono agire come deterrente biologico verso un certo parassita così da ridurne la presenza in previsione della nuova semina della coltura principale.
Un’altra tecnica utile per mantenere la ricchezza del terreno è la rotazione delle colture in contrapposizione alla esaustiva monocoltura, permettendo una migliore esplorazione del terreno da parte delle specie vegetali coltivate de una minor depauperazione di un solo nutriente, inoltre vengono interrotti cicli di permanenza di parassiti di certe specifiche piante.
Il risultato finale, in sostanza è una migliore conservazione e fertilità del terreno ed un minor impatto con l’ambiente circostante, oltre che prodotti alimentari ed ambienti di lavoro più salutari (in particolar modo se si considera l’eventuale destinazione farmacologica o anche solo blandamente terapeutica del prodotto vegetale).
Per quanto riguarda la fertilità del terreno, il suo arricchimento deve essere perpetrato il più possibile riciclando e valorizzando tutti i prodotti di lavorazione dell’azienda agricola, ad esempio con la tecnica del “compostaggio”. Il compost, detto anche terricciato o composta, è il risultato della decomposizione e dell'umificazione di un misto di materie organiche (come ad esempio residui di potatura, scarti di cucina, letame, liquame o i rifiuti del giardinaggio come foglie ed erba sfalciata) da parte di macro e microrganismi in condizioni particolari: presenza di ossigeno ed equilibrio tra gli elementi chimici della materia coinvolta nella trasformazione.Il compostaggio tecnicamente è un processo biologico aerobico e controllato dall'uomo che porta alla produzione di una miscela sostanze umificate (il compost) a partire da residui vegetali sia verdi che legnosi o anche animali mediante l'azione di batteri e funghi.Il compost può essere utilizzato come fertilizzante su prati o prima dell'aratura. Il suo utilizzo, con l'apporto di sostanza organica migliora la struttura del suolo e la biodisponibilità di elementi nutritivi (azoto). Come attivatore biologico aumenta inoltre la biodiversità della microflora nel suolo.
Tuttavia queste tecniche possono essere ancora non sufficienti a mantenere un’adeguata fertilità del terreno. Si rende necessaria l’immissione nel sistema di fertilizzanti, ammendanti e concimi organici provenienti dall’esterno del ciclo, anche di fonte industriale (una differenza con l’agricoltura biodinamica sta proprio in quest’aspetto: nella biodinamica il sistema deve funzionare in modo autosufficiente a ciclo chiuso e con l’esclusivo utilizzo di sostanze naturali).
L’agricoltura biologica rappresenta un grande passo avanti, ma, a sua volta, corre il rischio di essere, monopolizzata, industrializzata e quindi ricadere negli stessi errori di concezione dell’agricoltura non sostenibile. L’aspetto più importante, infatti, non dovrebbe essere esclusivamente l’aspetto tecnologico, ma l’aspetto della consapevolezza etica. Intendo dire che alla base di un rinnovamento tecnologico in grado di rendere il sistema agrario sostenibile, è necessario un “rinnovamento del pensiero”. Le innovazioni tecnologiche devono essere apportate grazie ad una spinta fortemente etica che tiene in considerazione non solo il destino di una generazione ma anche di tutte quelle future. Si tratta di un pensiero altruistico poiché riguarda persone che ancora non esistono e deve essere per forza di cose non solo incentrato su se stessi. E’ un modo di pensare ancora molto lontano da quello permeante la società attuale e, da questo punto di vista, è fortemente apprezzabile la filosofia della biologia dinamica che, se da una parte non garantisce spiegazioni scientifiche razionali sufficienti per quanto riguarda alcuni aspetti (come ad esempio l’armonia che si viene a creare tra la materia e l’energia cosmica), dall’altra offre una produzione che dimostra nei fatti un’alta qualità soprattutto in proiezione di sostenibilità nel tempo ed una indispensabile consapevolezza profonda del problema.
Spesso si tende a dimenticare il fattore umano ed a concentrarsi esclusivamente su considerazioni di bilancio. Ma un paese non è solo fatto di leggi ed istituzioni e grandi aziende. Un paese è fatto di persone e lo scopo principale di una società civile è quello di garantire benessere fisico e mentale per tutti. A meno che non sia vero che la schiavitù sia stata abolita, un lavoratore ha il diritto di essere felice di ciò che sta facendo e di sentirsi in armonia con i suoi simili e con l’ambiente circostante. Questa è un’affermazione che, ad oggi, fa sorridere di tenerezza verso chi la pronuncia, e proprio per questo la situazione è preoccupante. Il concetto di sostenibilità non può limitarsi ad una fredda analisi di un bilancio o della concentrazione di un principio attivo di una droga in determinate situazioni. Lo scopo di un rinnovamento del sistema non può ridursi soltanto a questo poiché si tratta di un presupposto troppo debole per affrontare un grande cambiamento. Lo scopo deve riguardare essenzialmente il benessere dell’uomo, ma in sostanza, credo che siamo ancora lontani da questa idea. Comunque vanno bene in tal senso le dichiarazioni delle istituzioni che sensibilizzano la popolazione ad una maggior consapevolezza e vanno bene le nuove leggi che permettono l’inizio di un rinnovamento, ma c’è anche chi rema in senso contrario per ragioni di potere ed interessi personali e con mezzi molto potenti.
Questo non vuol dire che bisogna essere pessimisti sull’argomento: alcuni stati agiscono perché la loro stessa economia rischia di andare a rotoli proprio per l’insostenibilità del sistema, la cui economicità ha senso solo per pochi e per breve termine. Questi stati si rendono conto, sul proprio portafoglio e sempre solo su quello, che il sistema non è più adatto all’economia di una comunità e che una crisi economica dovuta alla mancanza di risorse agrarie può essere travolgente. In certi paesi esistono emergenze idriche che poco si armonizzano con la crescente necessita di irrigazione dell’attuale sistema agraria ecc. ecc. Questi problemi diventano sempre più gravi e solo davanti all’emergenza qualcosa si muove. Ma l’emergenza è una motivazione che dura finchè dura l’emergenza, per questa ragione è ancora più evidente che l’innovazione più urgente è di natura culturale.





