Il problema della sostenibilità agraria

Per sostenibilità, in generale, s’intende la possibilità di un sistema di funzionare correttamente per tempi lunghi senza dare origine a fenomeni di logorìo che lo porterebbero all’instabilità e alla sua cessazione. Sostanzialmente, parlando di un sistema sostenibile, parliamo di un “sistema stabile” in contrapposizione ad un “sistema instabile”.

Naturalmente non si deve confondere “stabilità” con “immutabilità”. Il sistema stabile, muta nel tempo le sue caratteristiche in relazione alle sue interazioni con il mondo esterno, senza per questo pregiudicare gli aspetti essenziali delle sue funzionalità e dei suoi scopi.

Nel nostro caso il sistema è l’agricoltura, vale a dire la produzione di vegetali: parliamo dunque di “sostenibilità agraria” come di un sistema agricolo stabile.

Quando l’agricoltura è stata inventata, il sistema non metteva presumibilmente in luce grosse controindicazioni, ma con l’aumentare della popolazione terrestre sono emerse alcune problematiche relative alla pratica agricola in uso che in precedenza non erano state rilevate.

Il sistema agrario è diventato improvvisamente instabile agli occhi di tutti, e pare destinato quindi a collassare poiché il suo scopo principale, quello di dare nutrimento alla popolazione evolvendosi in equilibrio con l’ambiente circostante, sta venendo a mancare.

Nella “Charta della Terra” - ECOSUMMIT 1992 di Rio – a proposito delle sviluppo sostenibile si legge: “lo sfruttamento delle risorse deve avvenire nel rispetto dell’ambiente e delle biodiversità, per garantire il presente senza, però, compromettere il futuro”.

Vale a dire che bisogna impegnarsi per perseguire delle modalità agricole che dimostrino non essere distruttive verso se stesse e verso l’ambiente circostante in relazione a tempi lunghissimi.

Le cose che non vanno nell’attuale sistema agricolo riguardano: il degrado fisico e chimico del suolo causati dalle tecniche utilizzate; l’energia richiesta per il suo sostentamento, i danni causati dall’abuso di pesticidi, l’omogeneizzazione delle specie vegetali (distruzione delle biodiversità), forti interessi economici di privati che perseguono esclusivamente il guadagno a breve termine.

L’attuale sistema di agricoltura intensiva prevede ampi appezzamenti di terreno deputati esclusivamente alla coltura di una specie vegetale (monocultura – coltura intensiva). Ciclicamente avviene la raccolta che porta a denudamento il terreno per un periodo di tempo che va dalla raccolta alla successiva semina. Il suolo, così esposto, subisce in modo estremamente più veloce gli effetti dell’erosione dovuti al vento che può facilmente asportare le particelle di terreno superficiali, alla pioggia ed al ruscellamento che ne consegue che asporta terra sotto forma di fango contribuendo altresì a formare canalizzazioni ed ulteriori erosioni. Avviene anche il fenomeno della lisciviazione per cui sostanze nutritive solubili in acqua vengono allontanate dal terreno.

Queste azioni, oltre a determinare un peggioramento delle qualità meccaniche ed idrofile del suolo, favorisce quindi l’allontanamento dei nutrienti minerali. Tale carenza, se si vuole mantenere immutata la produzione, dovrà essere colmata con l’aggiunta di additivi chimici e fertilizzanti. Inoltre si dovrà provvedere ad una maggiore irrigazione per sostituire l’acqua che defluisce in modo eccessivo, favorendo la salificazione del terreno.

Per quanto riguarda l’ambiente circostante va sottolineata la percolazione degli additivi dovuti alla fertilizzazione nelle falde acquifere sottostanti e la loro diffusione in ruscelli, fiumi ecc.

L’agricoltura intensiva, per essere mantenuta in efficienza, richiede un grande apporto di energia in ogni stadio del ciclo di produzione ed è stato calcolato che il rapporto fra input energetico ed output di produzione è estremamente peggiorato nel tempo: in particolare servono macchinari importanti in ogni fase della produzione, ma anche nella post-produzione a livello industriale, devono essere acquistate sementi preparate da aziende su scala industriale, ma anche fertilizzanti, erbicidi e pesticidi in quantità sempre maggiori, bisogna assumere personale stagionale a seconda dei vari cicli di produzione, inoltre l’avvento di nuovi predatori o parassiti o malattie richiede talvolta l’intervento di periti e comunque necessitano di ulteriori spese per affrontare le emergenze.

Quest’ultima voce mette immediatamente in evidenza un altro problema: l’uso dei pesticidi e la distruzione delle biodiversità. I pesticidi vengono usati per allontanare od eliminare la fauna infestante, parassiti e predatori. Ma tutti questi organismi sviluppano rapidamente resistenza nei confronti di tali ritrovati chimici a tal punto che si rendono necessarie nuove formulazioni (quindi nuovi costi riguardanti ricerca, sperimentazione ecc.) e maggiori quantità d’impiego. Le conseguenze più evidenti sono l’inquinamento causato nell’ambiente, i residui che finiscono nel ciclo alimentare con conseguenze sulla salute dei consumatori, oltre che su quella dei lavoratori durante l’attività agricola, aumento dei costi.

Contemporaneamente, allo scopo di adeguare le specie vegetali alla lavorazione meccanica o per adattarle ad ambienti non nativi o per renderle più forti e resistenti, è stata messa in atto una selezione delle sementi (anche con interventi genetici dove permesso dalla legge), in modo tale da uniformare il “prodotto vegetale” ed adattarlo ad una interpretazione prettamente industriale. Si ottiene una popolazione di piante che crescono alla stessa velocità, che raggiungano le stesse dimensioni, che possiedono lo stesso sapore, lo stesso colore, la stessa quantità di principi attivi ecc.

Molte varietà vanno così perdute, e la specie s’indebolisce. Ad un nuovo attacco proveniente da un nuovo organismo o da un evento meteorologico, reagiranno tutte allo stesso modo. Una intera coltivazione potrà andare perduta. La specie è destinata ad un continuo indebolimento nonostante i continui artifici necessari per sostenerla. Vanno così perdute quelle sementi che si erano perfettamente ambientate in un certo habitat senza essere sostenute in modo parzialmente artificioso, quindi, tra le altre cose, con molte meno spese. Alla fine osserviamo come l’ottenimento di maggiori quantità di prodotto attraverso interventi artificiosi, produce un peggioramento del rapporto costo/produzione, dove per produzione intendiamo il prodotto in tutti i suoi aspetti, anche qualitativi, per quanto riguarda contadini e consumatori, ma in un enorme guadagno nel breve termine per pochi imprenditori.

In effetti chi sostiene maggiormente questo tipo di agricoltura sono proprio i governi, che, alla faccia di ogni democrazia, sono sempre di natura oligarchica, o, se vogliamo, lobbistica. Sono quindi gli imprenditori stessi che, influendo sulle decisioni dei governi, permettono la perpetuazione di tale sistema insostenibile.

Oggi esistono dei sistemi agricoli alternativi, che altro non sono, paradossalmente, che i sistemi agricoli tradizionali con l’aggiunta di alcune innovazioni… Essi si prefiggono la realizzazione di un’agricoltura sostenibile.

In generale possono essere riassunti in “agricoltura biologica” e “agricoltura biodinamica”.

I principi essenziali che descrivono queste pratiche sono sia di ordine tecnico che di ordine etico, ma più realisticamente una fusione di entrambi. L’aspetto etico è determinato da un approccio verso l’ambiente e verso i propri simili dettato dal rispetto verso la dignità di ogni essere vivente e verso la natura in ogni sua forma e descrive quindi una visione della vita come non più legata al mero affaccendarsi per sopravvivere ed imporsi, ma ad un’idea di evoluzione superiore talvolta legata a principi di natura filosofica o spirituale. Da questo punto di vista è più “radicale” l’agricoltura biodinamica che mette l’aspetto etico, così come sintetizzato, in primissimo piano, mentre l’agricoltura biologica appare più centrata sull’aspetto tecnico. Quest’ultima gode infatti di riconoscimento a livello legislativo e deve rispettare certi parametri per mezzo di analisi riconosciute ufficialmente, mentre l’agricoltura biodinamica, pur essendo legislativamente riconosciuta, è semplicemente tenuta a rispettare le disposizioni riguardanti l’agricoltura biologica e non vengono tenuti in considerazione, tecnicamente, gli aspetti meno scientifici e così profondamente costituenti la sua filosofia di base.

L’agricoltura biodinamica, d’altra parte, fonda parte importante della sua tecnologia su principi di natura più “universale”, come il rapporto tra la terra e l’energia cosmica, i concetti di armonia ed euritmia ed una forte componente spirituale (ma non solo su questi aspetti naturalmente), restituendo, nella pratica, una produzione altamente sostenibile e qualitativa.

Per difendere il terreno dall’erosione queste pratiche prevedono l’utilizzo di “colture intercalari” o “colture consociate” . Esse sono colture che vengono effettuate sul terreno rimasto libero tra la fine e l’inizio (raccolta e nuova semina) di un ciclo produttivo della coltura principale. In questo modo il terreno resta “nudo” per molto meno tempo ed i fenomeni di erosione sono così efficacemente frenati poiché il terreno superficiale è protetto dall’azione del vento dalla pianta stessa, mentre le radici trattengono la terra riducendo il fenomeno del ruscellamento. Le colture consociate consistono in due o più colture presenti contemporaneamente sul terreno. Anche in questo caso otteniamo una copertura del terreno continua, senza punti morti. Lo stesso obiettivo può essere ottenuto con la tecnica del “sovescio” che prevede una coltura tipo quella intercalare. Un po’ prima della semina della coltura principale, le piante (leguminose, graminacee e crocifere) vengono interrate.

Oltre alla copertura queste tecniche garantiscono il mantenimento della “vitalità” della terra: la micro e la macrofauna continuano ad abitare il terreno in modo dinamico e gli elementi nutritivi vengono trattenuti dalle piante e non concessi alla lisciviazione e quindi restituiti al terreno ed a disposizione della nuova coltura. In particolare le leguminose sono in grado di stabilire rapporti di simbiosi con microrganismi azoto-fissatori.

Inoltre queste colture secondarie possono agire come deterrente biologico verso un certo parassita così da ridurne la presenza in previsione della nuova semina della coltura principale.

Un’altra tecnica utile per mantenere la ricchezza del terreno è la rotazione delle colture in contrapposizione alla esaustiva monocoltura, permettendo una migliore esplorazione del terreno da parte delle specie vegetali coltivate de una minor depauperazione di un solo nutriente, inoltre vengono interrotti cicli di permanenza di parassiti di certe specifiche piante.

Il risultato finale, in sostanza è una migliore conservazione e fertilità del terreno ed un minor impatto con l’ambiente circostante, oltre che prodotti alimentari ed ambienti di lavoro più salutari (in particolar modo se si considera l’eventuale destinazione farmacologica o anche solo blandamente terapeutica del prodotto vegetale).

Per quanto riguarda la fertilità del terreno, il suo arricchimento deve essere perpetrato il più possibile riciclando e valorizzando tutti i prodotti di lavorazione dell’azienda agricola, ad esempio con la tecnica del “compostaggio”. Il compost, detto anche terricciato o composta, è il risultato della decomposizione e dell'umificazione di un misto di materie organiche (come ad esempio residui di potatura, scarti di cucina, letame, liquame o i rifiuti del giardinaggio come foglie ed erba sfalciata) da parte di macro e microrganismi in condizioni particolari: presenza di ossigeno ed equilibrio tra gli elementi chimici della materia coinvolta nella trasformazione.Il compostaggio tecnicamente è un processo biologico aerobico e controllato dall'uomo che porta alla produzione di una miscela sostanze umificate (il compost) a partire da residui vegetali sia verdi che legnosi o anche animali mediante l'azione di batteri e funghi.Il compost può essere utilizzato come fertilizzante su prati o prima dell'aratura. Il suo utilizzo, con l'apporto di sostanza organica migliora la struttura del suolo e la biodisponibilità di elementi nutritivi (azoto). Come attivatore biologico aumenta inoltre la biodiversità della microflora nel suolo.

Tuttavia queste tecniche possono essere ancora non sufficienti a mantenere un’adeguata fertilità del terreno. Si rende necessaria l’immissione nel sistema di fertilizzanti, ammendanti e concimi organici provenienti dall’esterno del ciclo, anche di fonte industriale (una differenza con l’agricoltura biodinamica sta proprio in quest’aspetto: nella biodinamica il sistema deve funzionare in modo autosufficiente a ciclo chiuso e con l’esclusivo utilizzo di sostanze naturali).

L’agricoltura biologica rappresenta un grande passo avanti, ma, a sua volta, corre il rischio di essere, monopolizzata, industrializzata e quindi ricadere negli stessi errori di concezione dell’agricoltura non sostenibile. L’aspetto più importante, infatti, non dovrebbe essere esclusivamente l’aspetto tecnologico, ma l’aspetto della consapevolezza etica. Intendo dire che alla base di un rinnovamento tecnologico in grado di rendere il sistema agrario sostenibile, è necessario un “rinnovamento del pensiero”. Le innovazioni tecnologiche devono essere apportate grazie ad una spinta fortemente etica che tiene in considerazione non solo il destino di una generazione ma anche di tutte quelle future. Si tratta di un pensiero altruistico poiché riguarda persone che ancora non esistono e deve essere per forza di cose non solo incentrato su se stessi. E’ un modo di pensare ancora molto lontano da quello permeante la società attuale e, da questo punto di vista, è fortemente apprezzabile la filosofia della biologia dinamica che, se da una parte non garantisce spiegazioni scientifiche razionali sufficienti per quanto riguarda alcuni aspetti (come ad esempio l’armonia che si viene a creare tra la materia e l’energia cosmica), dall’altra offre una produzione che dimostra nei fatti un’alta qualità soprattutto in proiezione di sostenibilità nel tempo ed una indispensabile consapevolezza profonda del problema.

Spesso si tende a dimenticare il fattore umano ed a concentrarsi esclusivamente su considerazioni di bilancio. Ma un paese non è solo fatto di leggi ed istituzioni e grandi aziende. Un paese è fatto di persone e lo scopo principale di una società civile è quello di garantire benessere fisico e mentale per tutti. A meno che non sia vero che la schiavitù sia stata abolita, un lavoratore ha il diritto di essere felice di ciò che sta facendo e di sentirsi in armonia con i suoi simili e con l’ambiente circostante. Questa è un’affermazione che, ad oggi, fa sorridere di tenerezza verso chi la pronuncia, e proprio per questo la situazione è preoccupante. Il concetto di sostenibilità non può limitarsi ad una fredda analisi di un bilancio o della concentrazione di un principio attivo di una droga in determinate situazioni. Lo scopo di un rinnovamento del sistema non può ridursi soltanto a questo poiché si tratta di un presupposto troppo debole per affrontare un grande cambiamento. Lo scopo deve riguardare essenzialmente il benessere dell’uomo, ma in sostanza, credo che siamo ancora lontani da questa idea. Comunque vanno bene in tal senso le dichiarazioni delle istituzioni che sensibilizzano la popolazione ad una maggior consapevolezza e vanno bene le nuove leggi che permettono l’inizio di un rinnovamento, ma c’è anche chi rema in senso contrario per ragioni di potere ed interessi personali e con mezzi molto potenti.

Questo non vuol dire che bisogna essere pessimisti sull’argomento: alcuni stati agiscono perché la loro stessa economia rischia di andare a rotoli proprio per l’insostenibilità del sistema, la cui economicità ha senso solo per pochi e per breve termine. Questi stati si rendono conto, sul proprio portafoglio e sempre solo su quello, che il sistema non è più adatto all’economia di una comunità e che una crisi economica dovuta alla mancanza di risorse agrarie può essere travolgente. In certi paesi esistono emergenze idriche che poco si armonizzano con la crescente necessita di irrigazione dell’attuale sistema agraria ecc. ecc. Questi problemi diventano sempre più gravi e solo davanti all’emergenza qualcosa si muove. Ma l’emergenza è una motivazione che dura finchè dura l’emergenza, per questa ragione è ancora più evidente che l’innovazione più urgente è di natura culturale.

Basilico



Basilico
(Ocimun basilicum)

E' una pianta aromatica nota soprattutto per gli impieghi alimentari

A scopo terapeutico si utilizzano semi, foglie e sommità fiorite.

L'olio essenziale contiene linalolo, acetato di linalile, eugenolo, geraniolo ed estragolo in alte percentuali. In aclune specie è presente canfora.

Proprietà terapeutiche

I semi, che sono rivestiti di mucillagine, vengono applivati sotto forma di cataplasmi per la cura delle ferite. Gli stessi, liberano la muccilagine di cui sono ricoperti una volta immersi in acqua e tale mucillagine viene utilizzata come emolliente.
L'infuso delle foglie si usa come antispasmodico, antiinfiammatorio, stimolante, stomachico e diuretico, antielmintico e antibatterico in caso di acne.
L'essenza, per uso esterno, si utilizza per le proprietà purificatrici, sedative ed antisettiche.

Altri usi

il Basilico viene utilizzato nella preparazione di liquori e di vini medicinali.
L'olio essenziale viene usato in profumeria.

Controindicazioni

La presenza di estragolo, presunto cancerogeno, consiglia di farne un uso moderato soprattutto dopo la cottura.
Da non usare in gravidanza

Camomilla

Camomilla
(Matricaria recutita = Camomilla recutita)


La droga è costituita dai capolini e presenta odore aromatico molto caratteristico che può mantenersi, previa corretta conservazione, anche per lungo tempo. Il sapore è leggermente amaro.

I principali artefici delle proprietà terapeutiche della camomilla sono da attribuire a:
-- Camazulene: composto chimico del gruppo degli azuleni (a loro volta contenuti negli oli essenziali della camomilla) ed è caratterizzato da una colorazione azzurognola;
-- Bisabolo;
-- Apigenina (flavonoide).

Uso terapeutico

La Camomilla è impiegata nella cura delle affezioni gastrointestinali e nella protezione della mucosa gastrica; nelle affezioni delle mucose (es.stomatite), nella cura delle ferite, di infiammazioni cutanee (es. punture d’insetto) e dermatiti; in ambito ginecologico (infiammazioni, cicatrizzazioni, dismenorrea); nelle affezioni delle vie respiratore (via inalativa); come sedativo e ansiolitico, (da notare che, per favorire il provenire del sonno, intervengono anche, in modo indiretto, l’effetto antispasmodico e antinfiammatorio rispettivamente su muscolatura e mucose dell’apparato digerente).

Azione spasmolitica

In questa azione sembrano rientrare tutte e tre le molecole principali. Consiste nel placare gli spasmi della muscolatura liscia del tubo digerente.

Azione antiinfiammatoria

Dovuta soprattutto ai flavonoidi (apigenina). E’ stata dimostrata l’efficacia su soggetti affetti da stomatite aftosa. Utile in tutti i casi di infiammazione della cute o delle mucose.

Azione cicatrizzante

E’ stato dimostrato che il suo effetto nella riduzione e cicatrizzazione delle ferite è superiore a quello dei corticosteroidi. Efficace anche nella guarigione delle ustioni.

Azione antiallergica

E’ determinata dalla capacità di ridurre la liberazione di istamina.

Azione sedativa ed ansiolitica

Quello che è stato un tema dibattuto, pare ora abbia trovato delle conferme nella comunità scientifica. Si tende a considerare la camomilla sedativa ad alti dosaggi ed ansiolitica a bassi dosaggi.

Altre azioni

Azione antibatterica, azione ormonosimile di tipo gonadotropo (coinvolta nello sviluppo e nella funzionalità degli organi sessuali maschili e femminili).

Uso cosmetico


Utilizzata nel trattamento cutaneo e nello schiarimento dei capelli ai quali conferisce effetti dorati.
L’olio essenziale trova impiego limitato nella produzione di profumi di elevata qualità grazie alle sue caratteristiche caldo-amare, ma anche di saponi e altri articoli in ambito cosmetico.

Uso alimentare


L’olio essenziale viene utilizzato in liquoreria. Si possono reperire numerose ricette di “Liquore alla Camomilla”.

Curiosità


“Si sa che nell'imbottitura della mummia del faraone Ramsete II sono state rinvenute tracce di polline di camomilla infilato con l'intenzione probabile di infondergli la forza e la calma necessarie per affrontare il viaggio verso l'altra vita.” (http://www.istitutopontevaltellina.it/erbe/camomilla_curiosità.htm)




Elicrisio


Elicrisio
(Helichrysum italicum)

Il suo nome deriva dalla bella colorazione gialla viva che ricorda il giallo splendente del sole
Si utilizzano le sommità fiorite.
Questa pianta si sta rapidamente diffondendo in ambito erboristico e fitoterapico per le sue numerose possibilità di applicazione, anche se la produzione della sue essenza è piuttosto costosa.

I costituenti attvi principali sono: flovanoidi (naringenina, apigenina, luteolina, quercitrina), olio essenziale (nerolo, pinene, eugenolo, linalolo), tannini, acido caffeico e acido clorogenico.
Vi sono anche numerose sostanze che non sono ancora state ben identificate e che nel loro complesso prendono il nome di Arenarina. A questo complesso si attribuisce una probabile attività antibiotica.


Uso terapeutico:
Azione antinfiammatoria, espettorante, antiallergica, antibatterica, dermorigenerante, detossificante, stimolante dell’apparato gastrointestinale, colagoga.

Nei problemi dermatologici:

Esplica azione antinfiammatoria e dermofunzionale (mantenimento e rinnovamento della pelle) rivelandosi utile nella cura di eczemi e psoriasi. Svolge azione antibatterica; è lenitiva in caso di ustioni e di eritemi solari; degenerante dei geloni; rigenerante in caso di fragilità della pelle, di screpolature e di couperose. E’ cicatrizzante e detossificante.

Nei disturbi respiratori:

Decongestiona le mucose nasali; è espettorante ed antinfiammatorio, antibatterico e antiallergico delle vie respiratorie inferiori.

Nei disturbi muscolo—scheletrici e reumatismi esplica azione antinfiammatoria.

E’ usato anche per i dolori mestruali grazie alla sua azione rilassante sui muscoli addomo-uro-genitali.
Stimola le attività gastrointestinali ed epatiche.
Stimola il flusso linfatico rassodando i tessuti limitrofi e rendendosi efficace nella risoluzione di edemi o piccoli travasi.

Il nerolo è responsabile in particolare del profumo intenso utilizzato per sintetizzare vari tipi di essenza (es. rosa, fiori d’arancio)
I flovanoidi sono attivi soprattutto come antiossidanti.
Gli acidi caffeico e clorogenico somo implicati maggiormente nell’azione antivirale, antibatterica e antineoplastica.
I tannini agiscono nella protezione del collagene I e III risultando determinanti nel mantenimento della pelle.
I tannini condensati agiscono come cicatrizzanti.
I vari tannini sono contenuti in corteccia, radici, frutti e foglie.

Ho descritto i più importanti principi attivi e le loro principali funzioni evitando di ripetere la loro utilità in generale a livello epidermico e respiratorio.
In realtà l’importante azione terapeutica dell’Elicrisio è dovuta all’azione sinergica di tutti i suoi metaboliti secondari, il cui insieme prende il nome di fitocomplesso.

Altri usi e curiosità:

-In aromaterapia si dice induca, nelle donne, un delicato senso estetico che le può aiutare ad affermarsi a livello lavorativo e sociale.
-Pare che abbia la proprietà di attivare la parte intuitiva ed emotiva del cervello, favorendo le attività lavorative ed artistiche.
-I suoi fiori, dopo l’essicamento, non perdono la loro bellezza ed il loro colore, per questo vengono utilizzati, ad esmpio, per la creazione di pout-pourry.
-Il termine Elicrisio deriva dal greco Eliochryson (elio = sole; chryson = oro) in virtù della lucentezza dorata acquisita dai suoi fiori sotto la luce solare.

Finocchio



Finocchio
(Foeniculum volgare = Anethum foeniculum = Foeniculum officinale = Foeniculum capillaceum)

La droga è costituita dai frutti essiccati. Essi sono diacheni dalla forma quasi cilindrica caratterizzati da 5 costole similari e 4 vallecole contenenti i canali secretori. Spesso vengono erroneamente confusi come “semi”.
Esistono numerose varietà, tra le quali il Foeniculum volgare è la più utilizzata in erboristeria e fitoterapia.
I suoi frutti (maturi ed essiccati) sono aromatici per via di un’essenza particolarmente ricca in:
trans-enatolo;
fencone (responsabile soprattutto della differenza di aroma con l’anice);
estragolo.

Uso terapeutico

Viene impiegato in caso di:
dispepsie e disturbi gastrointestinali (es. gonfiori, senso di pesantezza ed altri fastidi); necessità di stimolazione della motilità intestinale (es. intestino pigro); flatulenza e meteorismo; infiammazioni delle vie aeree superiori.

Controindicazioni e precauzioni d'uso

L'estragolo è indicato come un probabile mutogeno e tratogeno. E' quindi consigliabile utilizzare la pianta in modo ragionato.
E' controindicato alle donne in gravidanza

Il problema della biodiversità vegetale

Il termine biodiversità associa i termini “vita” e “diversità”. Vuole significare con questo la diversità della vita sulla Terra intesa come ricchezza e varietà di forme. Con questo termine si vuole anche sottolineare, in modo fortemente positivo, la ricchezza che tale varietà rappresenta e che comprende ogni genere e specie di esseri viventi. I concetti sulla diversità biologica, furono espressi da Tommaso Lovejoy nel 1980, mentre il termine biodiversità, fu coniato dall'entomologo E.O. Wilson nel 1986, in un rapporto al primo Forum americano sulla diversità biologica organizzato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (NRC). Il termine biodiversità gli fu suggerito dal personale del NRC, sostituendo quello di diversità biologica, considerato meno efficace in termini comunicativi. Fin dal 1986 il termine ed il concetto si sono diffusi estesamente fra biologi, ambientalisti, leader politici, e cittadini di tutto il mondo.
La varietà di specie sulla Terra è tale che ancor oggi siamo lontani dall’averne una classificazione complessiva. Anzi, questo traguardo pare altamente improbabile (per contro è irresistibilmente affascinante, forse un po’ romantica, l’idea che lo scopribile e l’esplorabile non si esaurisca mai…). Le stime, ad oggi, indicano che sono state classificate circa 16.000 specie, ma la maggior parte di queste lo sono in modo insufficiente, poiché questa classificazione si fonda solo su certi aspetti, oppure perché l’osservazione si basa su troppo pochi esemplari. Inoltre l’evoluzione non si arresta e le specie mutano, ne nascono di nuove e altre si estinguono prima che l’uomo sia riuscito a conoscerle e a classificarle.
Abbiamo detto come questa diversità biologica, in base alla quale ogni singolo individuo diventa un patrimonio, proprio grazie alle sue peculiarità, per l’intera specie a cui appartiene, e non solo, costituisca una ricchezza imprescindibile per l’intero ecosistema mondiale.
E’ proprio questa diversità, infatti, che offre maggiori possibilità di sopravvivenza, nel lungo corso dell’evoluzione e della lotta per la permanenza su questo pianeta, dell’intera specie piuttosto che un singolo gruppo o individuo all’interno di essa. Nel caso di un attacco esterno, alcuni gruppi, dotati di certe caratteristiche, non sopravviveranno, mentre altri disporranno delle risorse per respingere tale attacco e garantire la prosecuzione della specie. Un attacco può essere rappresentato da una malattia, da un fungo, da nuovi predatori, ma anche da un’improvvisa proliferazione di predatori conosciuti, oppure può essere portato da manifestazioni della natura quali inondazioni, uragani periodi di siccità ecc. Ognuno di questi attacchi s’imbatterà in soggetti di una stessa specie in grado o meno di sopravvivere.
Possiamo dire che quella che oggi chiamiamo biodiversità sia una delle strategie principali che le prime forme di vita sulla Terra cominciarono ad imbastire al fine di sopravvivere e diffondersi. E le prime forme di vita sulla Terra furono quelle che diedero origine al regno vegetale prima di quello animale. Se quindi affermiamo che la vita sulla terrà come noi la conosciamo, nel complesso di tutte le sue manifestazioni, sia basata ineludibilmente sulla strategia della biodiversità (e se così non fosse stato, ci sarebbe forse qualcos’altro ma non la vita che conosciamo), dovremmo convenire che forzare alcune specie a sopravvivere annichilendo proprio questa loro ricchezza, significa destinarla ad un’inevitabile involuzione.
Eppure, ciò che sta accadendo al mondo in questo periodo storico è proprio questo: un attacco alla biodiversità della vita sulla terra.
Il concetto di biodiversità vegetale, nasce e si pone in rilievo, quindi, nell’epoca della globalizzazione e del controllo delle multinazionali sulla vita del pianeta nel suo complesso. Tale controllo si basa sull’idea della produttività a basso costo (manodopera e materie prime) e a basso rischio. S’intende con questo una produzione lineare, il più possibile sempre uguale a se stessa, in grado di offrire un prodotto dalle caratteristiche immutabili nel tempo. Significa anche, in campo agricolo, una coltura dove i singoli individui siano sensibili in modo uniforme agli attacchi dall’esterno, sia di natura organica che fisica, e quindi difendibili o curabili con un intervento omogeneo, generalizzato e meno costoso, ma possibile solo se condotto su grande scala da organizzazioni molto sviluppate. Quindi gestire una coltura composta da singoli individui dotati di caratteristiche peculiari e diversificate, costituisce un costo generale di produzione maggiore, inadatto alla costituzione di una grande azienda leader nel mondo in grado poi di controllare più facilmente il mondo dell’agricoltura, al fine ultimo di mantenere il proprio predominio. Le tecniche sviluppate con quest’idea di avere la massima produttività possibile al minimo costo, si è poi diffusa in molte realtà agricole facendo abbandonare le vecchie culture tradizionali, spesso concepite a scopo di sussistenza e di scambio, per quelle nuove, concepite a fini puramente commerciali. Ne sono un esempio le culture intensive, che si basano, appunto, sull’intenso sfruttamento delle risorse del terreno, e quelle estensive, basate invece sulla grandezza degli appezzamenti, soprattutto laddove il terreno non è così redditizio. Spesso abbiamo a che fare con monocolture, quindi vasti appezzamenti dove esiste soltanto quella pianta che, per essere mantenuta in vita, necessita di interventi sì omogenei e generalizzati, ma sempre più aggressivi e pericolosi per tutto il resto dell’ambiente. Inoltre, le piante così coltivate, diventano sempre più geneticamente povere ed esposte in modo altresì omogeneo e generalizzato a nuovi possibili pericoli incombenti.

Questo tipo di colture dominano ormai il panorama mondiale (soprattutto negli ultimi trent’anni, centinaia di migliaia di varietà eterogenee di piante coltivate per generazioni, sono state sostituite con un numero limitato di varietà moderne, spesso marche commerciali, notevolmente uniformi. Sicché, nessun paese al mondo, allo stato attuale, è autosufficiente in materia di biodiversità agricola, dato che la dipendenza per le colture più importanti, fra i differenti Paesi, si attesta in media intorno al 70%.) (http://www.agricolturaitalianaonline.gov.it/contenuti/foreste_e_parchi/fao/biodiversita_globale/una_strategia_mondiale_per_la_tutela_della_biodiversita_vegetale).
Dal punto di vista erboristico e farmaceutico osserviamo un impoverimento dei principi attivi, in quanto le molecole che li caratterizzano vengono generalmente prodotte dalla pianta a scopo di difesa da attacchi esterni. Tali molecole sono infatti metabolizzate per rendere la pianta stessa inappetibile o addirittura tossica e respingere così le attenzioni dei predatori. Si tratta di metaboliti secondari che non sono direttamente interessati allo sviluppo della pianta. Fra questi ad esempio, abbiamo i terpeni che sono dei deterrenti per l’azione dei predatori erbivori, o i flavonoidi che, viceversa, hanno lo scopo di attirare insetti per favorire l’impollinazione e la disseminazione. Molti prodotti secondari sono di grande interesse farmaceutico e vengono utilizzati in erboristeria ed in medicina, sia come principi attivi estratti direttamente dalla pianta, sia come prodotti di sintesi realizzati in laboratorio e copiati dalle molecole prodotte dalla pianta. Proprio l’attività delle case farmaceutiche, in grado di trasformare queste molecole in prodotti per la cura della salute dell’uomo, diventa la causa stessa dell’impoverimento di tali risorse. L’industrializzazione porta infatti ad una eccessiva raccolta del materiale vegetale utile mettendo in crisi l’esistenza di quella specie.
La coltura intensiva prevede interventi pesanti al fine di preservare la pianta anche tramite il livellamento della biodiversità. La pianta non ha quindi più bisogno di produrre tali principi attivi per difendersi da alcuni predatori, poiché quegli stessi predatori vengono falcidiati tutti insieme da un unico prodotto realizzato dall’uomo (pesticida), e quindi ne produrrà sempre di meno, ovvero la pianta riuscirà a riprodursi anche senza quel principio attivo che tanto tempo aveva impiegato ad inventare. E’ chiaro quindi che più la piantagione è rappresentata da individui il più possibile uniformi, più facile e meno costoso sarà l’intervento dell’uomo. E’ altresì chiaro che avremo a che fare con una pianta sempre più povera sia a livello nutritivo che erboristico e sempre più dipendente dall’uomo senza il quale non avrebbe molte possibilità, causa assenza di biodiversità, di sopravvivere.
In molti paesi, i pesticidi sono considerati una parte essenziale per l’agricoltura. La gente pensa che se non si usano pesticidi per proteggere le piante dagli insetti e dalle malattie, i raccolti andranno a male facendo perdere un sacco di soldi. 

Ma l’uso eccessivo di pesticidi ha avuto serie conseguenze ambientali. I pesticidi (e i diserbanti) contaminano il suolo e l’acqua. Ci sono molti esempi di intere comunità che soffrono di avvelenamento cronico da pesticidi. I residui di alcuni composti chimici, anche quando usati correttamente, rimangono nell’ambiente per anni, evaporando nell’atmosfera e inquinando l’intero pianeta. L’uso di grandi quantità di pesticidi non è sostenibile né dal punto di vista ambientale né della salute pubblica. In molti casi, l’uso di pesticidi può anche essere un controsenso, da un punto di vista economico. Spesso il maggior guadagno ottenuto con colture più rigogliose grazie ai pesticidi non copre il costo dei pesticidi stessi. In genere, ci sono alternative più economiche a disposizione, vale a dire utilizzare le stesse molecole prodotte dalla pianta proprio a quello scopo. Inoltre queste sostanze sono poco biodegradabili e finiscono per inquinare falde, corsi d’acqua e mari perpetrando la loro azione distruttiva verso alcune forme di vita e l’azione intossicante verso altre. Quindi, non puntare sulla biodiversità e sulla capacità della pianta di difendersi da sola, significa andare incontro ad un effetto boomerang multiplo rappresentato da un aumento dell’azione inquinante e da una diminuzione della redditività della coltivazione sotto tutti i punti di vista.
Una società schiava di questo tipo di approccio alle risorse vegetali deve incidere ambientalmente anche con l’inquinamento dovuto all’uso massiccio di fertilizzanti i quali finiscono per alterare i cicli degli elementi fisici fondamentali come l’azoto. I fertilizzanti sono sostanze naturali o derivate da processi di sintesi che, per il loro contenuto in elementi nutritivi, in particolare l’azoto, e per le caratteristiche chimiche, fisiche e biologiche, contribuiscono al miglioramento della fertilità del terreno, al nutrimento delle specie vegetali coltivate e ad un loro migliore sviluppo. I fertilizzanti servono anche modificare le caratteristiche chimiche, fisiche, biologiche e meccaniche di un terreno migliorandone le condizioni di abitabilità da parte delle specie vegetali coltivate. L’impiego dei fertilizzanti, in particolar modo quelli di sintesi, comporta rischi per l’ambiente e per l’uomo quando le quantità di principi nutritivi distribuiti sono eccedenti le capacità di assorbimento da parte del terreno e delle piante stesse. Ciò è particolarmente importante per i fertilizzanti contenenti azoto sotto forma di nitrati: la forma nitrica dell’azoto assicura infatti alta redditività agricola ma è caratterizzata da una grande solubilità nelle acque meteoriche e di irrigazione determinando fenomeni di eutrofizzazione nella rete idrica superficiale e inquinamento delle falde sotterranee determinando anche rischi per la salute dell’uomo.

Le piante, tuttavia, non sintetizzano molecole solo allo scopo di scoraggiare i predatori, ma anche per rendersi attraenti nei confronti di insetti e altri animali che, venendo a contatto con i fiori, contribuiscono in modo determinante alla diffusione dei semi e quindi alla riproduzione. Se la produzione di queste sostanze diminuisce, ecco che la specie s’indebolisce anche su questo fronte.
Non è quindi fuori luogo parlare, in mancanza di biodiversità, di rischio di estinzione (ovviamente l’estinzione è un evento naturale, in virtù di un rafforzamento da parte di specie rivali o di modificazioni ambientali, ma il problema è “quante” specie si avviino all’estinzione per via del massiccio intervento dell’uomo e quanti danni tali estinzioni di massa possono apportare). Una volta indebolita la specie risulta difficile mantenerla ad una certa produttività senza ricorrere ad una coltura intensiva, cosa che rafforza il potere delle multinazionali su agricoltura e agricoltori.

Di fronte alla sensibile riduzione della biodiversità vegetale, è nata l’idea di istituire le banche del germoplasma, il cui intento principale è la conservazione delle risorse genetiche delle specie vegetali a cominciare da quelle in via d’estinzione.
L’idea di una banca del germoplasma nasce e si sviluppa all’interno della politica dell’Unione Europea in materia di protezione dell’ambiente e delle risorse naturali, che negli ultimi anni sta assumendo un’importanza sempre maggiore. Ciò è dovuto al fatto che le minacce di danno ambientale e di esaurimento delle risorse naturali sono lungi dall’essere sotto controllo. E’ da tenere sotto attenta osservazione anche l’impatto di genealogie esotiche o comunque non facilmente armonizzabili con un ambiente autoctono, in quanto, se rispondenti a criteri di natura prettamente economica nell’immediato, da un lato, dall’altro causano, nel lungo periodo, gravi danni all’ecosistema locale. (http://www.teatronaturale.it/articolo/302.html)
La coltivazione di piante di eucalipto in Sardegna, effettuata per disporre di legname per la costruzione di linee ferroviarie, ha causato una smodata diffusione di questa pianta che ha, tra le sue caratteristiche, quella di assorbire una grande quantità di acqua dal terreno. Questo ha portato a una carenza di acqua per altre piante e ad un rinsecchimento del terreno.
La stessa coltivazione del mais nel nord Italia dovrebbe essere smantellata. Sotto accusa l’eccesso di fertilizzanti chimici (nitrati) che inquinano in modo sempre maggiore falde, corsi d’acqua e mare. Si rivela inadatto anche il clima che si fa più umido al momento della raccolta in tarda estate. In queste condizioni, infatti, si sviluppa un fungo che attacca la cariosside. Questo fungo produce una tossina (aflatossina) che sopravvive intatta per tutto il ciclo alimentare a cui il mais prende parte. L’aflatossina è insensibile al calore della cottura e può causare problemi anche seri a livello epatico.
Questi sono esempi di come una specie esotica, se importata in modo scriteriato in un altro ecosistema, possa provocare danni a vari livelli, e ci fa capire come sia importante (ri)programmare una politica di colture sostenibili nel rispetto (e rivalutazione) dell’ambiente. E’ necessario superare la mentalità del tutto subito (nel senso di rientro economico immediato) per accedere ad un approccio mentale e filosofico più evoluto e lungimirante. Non è possibile accingersi a percorrere questa strada senza disseminare tali concetti in modo capillare, in modo da renderli facenti parte di un patrimonio culturale il più diffuso possibile. Senza una base culturale, presto o tardi, ogni iniziativa potrebbe perdere efficacia lasciando ricadere il mondo dell’agricoltura nelle vecchie dinamiche.

Quindi, in presenza di una diminuzione della biodiversità vegetale dovuta ad un approccio “globalizzato” all’agricoltura, constatiamo non solo un rallentamento dell’evoluzione di una specie come conseguenza del suo impegno nella lotta per la sopravvivenza, ma addirittura un’involuzione. Ecco che l’intervento intensivo motivato dalla conquista del potere economico (e culturale) produce l’annichilimento della tendenza evolutiva delle specie vegetali e la perdita di quel patrimonio di raffinati espedienti (e di principi attivi) maturati nel corso della sua storia evolutiva.

Ma il nostro pianeta funziona come un organismo nel grembo del quale vivono altri sotto-organismi ognuno con la propria funzione. Se la biodiversità vegetale viene minata, allora altri organismi del pianeta dovranno o saranno costretti a modificare la propria esistenza.
Non si può infatti pensare all’evoluzione della vita sulla Terra prescindendo da un concetto secondo il quale ogni scatto evolutivo di una forma di vita è sempre strettamente concatenato con l’evoluzione di altre.
In modo particolare, il regno vegetale sta alla base della catena evolutiva così come sta alla base della catena alimentare. Tutti gli organismi animali della Terra si sono evoluti basandosi sulle caratteristiche del regno vegetale. Le loro strategie, i loro comportamenti, le caratteristiche fisiologiche e l’organizzazione sociale, dipendono in tutto e per tutto dall’evoluzione fianco a fianco con le specie vegetali.
Questa dinamica si chiama coevoluzione. Tale termine illustra come le strategie adottate da una specie nella sua lotta per la sopravvivenza si intreccino e siano causa o conseguenza delle strategie adottate da altre specie. Queste tecniche e soluzioni elaborate e sviluppate nel tempo da una specie possono essere sinergiche con quelle di un’altra.
Ne è un esempio classico l’interazione che unisce la necessità di diffondere il seme da parte di una pianta e la ricerca di nutrimento da parte di un insetto. Nel tempo le piante hanno ideato il modo di esporre il proprio organo sessuale contenente i semi in modo tale da attirare su di sé insetti in grado di spargerli. Tale attrazione avviene con degli effluvi provocati da sostanze elaborate dalla pianta che gli insetti possono riconoscere come provenienti dal sito in cui trovare nutrimento, sito in cui i semi della pianta attendono veicoli per diffondersi. Anche il colore del frutto è efficace allo scopo poiché attira altri animali ed uccelli in grado di romperlo e liberare i semi in esso contenuti.
Le piante stesse stanno all’inizio della catena alimentare. Al cambiare della fisionomia del regno vegetale cambia inevitabilmente la fisionomia del regno animale.

Se la metodologia di produzione di natura commerciale causa profondi cambiamenti (impoverimenti) nell’ecosistema, non è tranquillizzante constatare che tale pratica si è diffusa pressoché in tutto il pianeta. Quindi in ogni parte del pianeta troviamo coltivazioni di piante senza più biodiversità. Ciò significa che varietà di quella specie che avevano certe particolari caratteristiche non ci sono più. Ciò significa che la diffusione sul pianeta di inquinanti provenienti da pesticidi e fertilizzanti prosegue ovunque a rotta di collo. Ciò significa anche che specie vegetali utilizzate generalmente in erboristeria o in medicina, producono meno principio attivo ecc.
Prosegue anche l’impoverimento dei terreni, sempre meno produttivi.
Il sistema agricolo così concepito sta dimostrando di aver esaurito le proprie possibilità di sviluppo e di essere destinato a collassare. Il sistema è in crisi e tale crisi coinvolge tutto il pianeta che vede contemporaneamente la sua popolazione aumentare. La risorse vegetali stanno diminuendo ma contemporaneamente aumentano le bocche da sfamare. E il regno vegetale è a questo scopo la risorsa primaria ed imprescindibile. La conservazione della biodiversità del regno vegetale ed una politica agricola basata sul rispetto degli ecosistemi locali sono quindi le strade obbligate da seguire.

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